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Nella vallea mia siedo su verdi fili,
sotto la folta chioma d’un bianco melo,
che un odor fresco e soave diffonde ne l’aere.
Tra breve tempo i fiori in rossi frutti dolci
si muteranno, pronti per esser colti.
Siedo e ascolto il suono dolce del vento,
che l’alma mia purifica e fa sacra,
e porta seco un leggero frescore
che al corpo dona un lieve sollievo.
Miro le movenze leggiadre d’un usignolo,
che va cantando con soave tono per la vallea:
«O canta, piccolo uccello portatore d’armonia!»
Odo il murmure lontano del ruscello,
un fruscio che s’unisce a tal miracolo.
Nella vallea mia vivon molte fanciulle,
e una soltanto oggi il mio occhio ravvisa:
in una veste bianca e lunga,
che il verde dell’erba sfiora.
Il tessuto è stretto sul generoso seno,
e poi sul fondo si fa largo e fluente.
Ella ha la pelle diafana,
che quasi acceca sotto il raggio del sole;
pare una dea, e i capelli suoi,
raccolti in una treccia infinita,
le giungon fino al fondo della schiena.
Son chiari e belli, d’un biondo pari al sole;
oh, quant’è vezzosa con le margherite tra i capelli!
Presso un altro albero di melo ella danza leggera,
e pare, essa stessa, un fiore.
O dèi, che lassù sull’Olimpo vivete,
volgete lo sguardo a questa visione luminosa,
e fate ch’io riceva una vera sentenza.
Io dico: questa donna di sì bella sembianza,
donatela al mio cuore, che tanto la desia.
Nella vallea mia siedo mirando la fanciulla,
sotto la folta chioma d’un bianco melo.